Molti sono convinti che la felicità coincida con la libertà finanziaria, cioè con l’essere ricchi. Eppure, non è raro vedere persone che, pur avendo molto denaro, restano profondamente infelici. Perché, in fondo, se nessuno ti ama, se non hai amici o persone che ti apprezzano davvero, la ricchezza non basta a colmare quel vuoto. Anche questa è una forma di sofferenza.
Ognuno di noi deve quindi fare i conti con un dato inevitabile: siamo esseri sociali. Esistiamo attraverso le relazioni, che ci piaccia o no. Da un lato esse sono fonte di senso, di appartenenza e di riconoscimento; dall’altro possono trasformarsi in vincoli soffocanti: un capoufficio tirannico, un partner impossibile, rapporti in cui ci sentiamo costantemente sotto pressione.
C’è infatti qualcosa che, più di ogni altra, tende a sottrarci la libertà all’interno delle relazioni umane: la ricerca compulsiva e continua dell’approvazione altrui.
A volte abbiamo la sensazione che una relazione sia così stretta da renderci impossibile ignorare ciò che l’altro si aspetta da noi. Adeguarsi ai desideri altrui può sembrare la strada più semplice, quella che evita conflitti e tensioni. Ma quasi sempre ha un costo nascosto: prima o poi affiora il risentimento. Ci si sente intrappolati, costretti in un ruolo che non si è scelto davvero.
L’approvazione degli altri può certamente essere motivo di orgoglio, ma non è affatto indispensabile. Eppure molte persone la cercano a tutti i costi, perché offre una sensazione rassicurante: quella di valere qualcosa. Essere approvati sembra attenuare il senso di inferiorità e colmare un vuoto interiore, almeno temporaneamente.
Questa dinamica affonda spesso le radici in un’educazione basata sulle ricompense e sulle punizioni: se ti comporti bene ricevi un elogio, se ti comporti male una punizione. Un’impostazione che, nel tempo, può generare stili di vita distorti, in cui si finisce per pensare: “Se nessuno mi riconosce, non ha senso impegnarmi” oppure “Se non rischio conseguenze, posso anche disinteressarmi”.
Così, quando crediamo di compiere una buona azione o di fare un favore – sul lavoro, in famiglia o in una relazione – lo facciamo già aspettandoci un riconoscimento. Se questo non arriva, ci sentiamo frustrati, svalutati, persino offesi, e perdiamo motivazione. A quel punto il gesto non è più libero: è condizionato.
Ma la verità è semplice e, allo stesso tempo scomoda: non viviamo per soddisfare le aspettative degli altri. Se non si vive la propria vita per sé stessi, chi dovrebbe viverla al posto nostro? Quando si cerca continuamente approvazione e ci si preoccupa solo del giudizio degli altri, si finisce per vivere la vita altrui, non la propria.
C’è però un passaggio fondamentale da ricordare: Se non si vive per soddisfare le aspettative degli altri, allora neppure gli altri vivono per soddisfare le nostre. Qualcuno potrà deludere, non comportarsi come ci si aspetta, non riconoscere ciò che si pensava di meritare. Arrabbiarsi per questo, però, non serve a nulla: è semplicemente parte della realtà delle relazioni umane.
Molti credono che soddisfare le aspettative altrui sia il modo migliore per ottenere approvazione e, attraverso di essa, anche la felicità. In realtà accade spesso l’opposto: molte persone soffrono proprio nel continuo tentativo di corrispondere ai desideri degli altri, che si tratti dei genitori, degli insegnanti, del partner, degli amici o dei colleghi.
A un certo punto diventa necessario comprendere che è legittimo mantenere un atteggiamento “egocentrico” nel senso positivo del termine. Essere centrati su di sé non significa essere irrispettosi o indifferenti agli altri, ma riconoscere che la propria vita richiede una direzione interna, non di una continua regolazione in base alle aspettative esterne.
Basta però capovolgere la prospettiva per cogliere cosa sia, invece, l’egocentrismo in senso negativo. Pensiamo ai genitori che costringono i figli a intraprendere un certo percorso di studi, ostacolando ciò che il figlio sentirebbe più vicino a sé, oppure a quelli che si intromettono nelle scelte esistenziali o matrimoniali. Non è forse questo un modo di mettere sé stessi al centro, usando l’altro come prolungamento dei propri desideri?
Un figlio, per quanto amato, resta un individuo indipendente. Nella scelta dell’università, del lavoro, del partner e persino nelle decisioni quotidiane su cosa dire e come comportarsi, non agisce per soddisfare i desideri dei genitori. È naturale che gli adulti si preoccupino e che, a volte, sentano la tentazione di intervenire, ma c’è un punto che non può essere aggirato: le altre persone non vivono per soddisfare le nostre aspettative. Anche se un figlio è “tuo”, non vive per realizzare ciò che ci si aspetta da lui. Come recita un antico proverbio inglese: “Puoi condurre un cavallo all’acqua, ma non puoi farlo bere”. I genitori possono guidare, accompagnare e indicare la strada, ma non possono costringere il figlio a fare scelte che non sente sue.
Sarebbe certamente rassicurante non essere disapprovati da nessuno. Ma questo ideale, per quanto seducente, è anche profondamente rischioso. Immaginiamo di avere davanti dieci persone, ognuna con sensibilità, bisogni e richieste diverse. Se cerchiamo di tener conto costantemente dei sentimenti di tutte e dieci, finiamo per giurare fedeltà a ciascuna. Per un breve periodo può anche funzionare, ma presto o tardi si arriva a fare promesse impossibili e ad assumersi responsabilità troppo grandi.
In altre parole, accontentare tutti è umanamente irrealizzabile. Prima o poi le contraddizioni emergono, le promesse non mantenute vengono alla luce e, insieme alla fiducia degli altri, si perde anche qualcosa di più profondo: la propria autenticità. Questo processo genera inevitabilmente sofferenza.
Nonostante tutti i nostri sforzi, ciascuno di noi è destinato a essere oggetto della disapprovazione di qualcuno. È un dato di fatto. Quando questo accade – o anche solo quando abbiamo l’impressione che stia accadendo – possiamo sentirci profondamente angosciati. Iniziamo a chiederci cosa abbiamo sbagliato, cosa abbiamo detto di inappropriato, se avremmo dovuto comportarci diversamente. E così rimuginiamo, spesso divorati dal senso di colpa.
Non voler essere disapprovati è un impulso naturale. Fa parte della nostra natura sociale. Ma quando ci consumiamo nel tentativo di ottenere l’approvazione di tutti, cosa resta del nostro vero io? Quanto spazio rimane per ciò che sentiamo autentico, se ogni gesto è calibrato per evitare il giudizio altrui?
Paradossalmente, la disapprovazione degli altri può diventare il segnale più chiaro che stiamo esercitando la nostra libertà. Significa che stiamo vivendo in accordo con i nostri principi e che, proprio per questo non piacciamo a tutti. La libertà raramente incontra il consenso universale.
Se potessimo, preferiremmo evitarla. Preferiremmo restare al riparo dal giudizio, soddisfare il desiderio di approvazione e sentirci al sicuro. Ma comportarsi in modo da non essere disapprovati da nessuno equivale a rinunciare alla libertà. Ed è, oltre che limitante, semplicemente impossibile.
C’è un prezzo da pagare per vivere liberamente e, nelle relazioni, questo prezzo coincide spesso con la disapprovazione altrui. Non si tratta di cercarla o di provocarla, ma di non temerla. Il coraggio di essere felici include anche il coraggio di essere disapprovati.
Quando questo coraggio viene coltivato, le relazioni si alleggeriscono. Non perché gli altri cambino, ma perché smettiamo di vivere sotto il peso del loro giudizio. Restiamo presenti, autentici, meno divisi interiormente.
Forse, allora, la vera domanda non è come piacere a tutti, ma quanto siamo disposti a essere fedeli a noi stessi. Perché tra una vita comoda, costruita sull’approvazione, e una vita più esposta ma autentica, la scelta che facciamo ogni giorno racconta molto di chi siamo — e di quanto siamo davvero liberi.
Con Affetto,
Veronica 🌻