Affrontare il tema del dolore umano attraverso la figura biblica di Giobbe ci pone di fronte a uno degli scandali più grandi dell’esistenza: la sproporzione tra la nostra fragilità e l’immensità del male che ci colpisce. Nel racconto biblico, Giobbe perde tutto nel giro di pochi istanti — i beni, i figli e la salute — eppure, nel pieno della sua disperazione, grida e protesta contro il cielo, ma non rompe mai la relazione con Dio, trasformando il suo lamento in un'interrogazione feroce.
«Perisca il giorno in cui nacqui e la notte che disse: "È stato concepito un uomo!". Quel giorno si muti in tenebre; Dio dall'alto non se ne curi, né brilli su di esso la luce. Perché non sono morto fin dal seno materno, non sono spirato quando venni fuori dal grembo? Perché mi hanno accolto le ginocchia e perché le mammelle, perché io potessi poppare? »
C'è un'idea distorta, a volte insinuata anche da una certa religiosità superficiale, secondo cui Dio mandi le disgrazie per "provare" la nostra fede, quasi fosse un severo collaudatore. Ma a ben vedere, una prospettiva del genere non avrebbe alcun senso. Dio conosce benissimo la nostra pasta: sa quanto l'essere umano sia fragile e di fede vacillante, e non ha certo bisogno di scatenare catastrofi o lutti per scoprire ciò che già sa.
Dio non è l'autore delle guerre, né il regista occulto delle sofferenze che devastano il mondo, e non manda le disgrazie per saggiare la nostra tempra.
Se guardiamo al prologo del libro, scopriamo un'altra chiave fondamentale: a muovere i fili della sventura non è Dio, ma il Satana, l’Accusatore. Davanti a Dio che si fida del suo fedele Giobbe, il Maligno insinua il suo cinismo: "Certo, è facile lodarti e amarti quando va tutto bene e lo proteggi; ma toglici tutto e vedrai che ti maledirà". Satana rappresenta quella voce che pensa che nessuno faccia niente per niente, riducendo la fede a un contratto commerciale. Dio, accettando il limite imposto da questa sfida, non sta facendo un esperimento crudele, ma sta scommettendo sulla dignità dell'uomo, dimostrando che esiste un amore vero, capace di rimanere gratuito anche nel fango e nel dolore.
Quando Dio finalmente risponde a Giobbe dal turbine, non lo fa per giustificarsi o per infliggere una lezione, ma gli rivolge domande vertiginose sulla creazione:
«Dov'eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza» .
È come se gli dicesse: "Se ho creato un cosmo così immenso e bello, l'ho fatto unicamente per amore, per ospitarvi. Non ho mai voluto la guerra, la distruzione o la sofferenza".
Ma allora, perché tutto questo? Il vero nodo risiede in quel radicale atto d'amore che è il dono del libero arbitrio. Amare significa inevitabilmente rischiare il rifiuto: non siamo robot programmati per obbedire. Chi uccide o distrugge per egoismo esercita il possesso, non l'amore, e gran parte del male che lacera il mondo — dalle guerre ai disastri causati dallo sfruttamento sconsiderato — è la tragica conseguenza di come l'uomo gestisce questa libertà. Dio accetta questo rischio immenso pur di vederci capaci di scegliere l'amore.
Quando ci colpisce un dolore improvviso, è umano farsi delle domande: "Perché mi sta succedendo questo? Cosa devo imparare?". Interrogarsi non è sbagliato, purché si eviti la trappola di leggere la sofferenza come una "punizione" divina. Il dolore fa parte di un mistero ineliminabile, e di fronte ad esso c'è chi si incattivisce e chi, invece, sceglie di trasformare la ferita: pensiamo a chi perde un caro e fonda associazioni di sostegno, cucendo gli strappi del mondo.
Eppure, il banco di prova più insidioso spesso arriva da chi ci sta vicino. Gli amici di Giobbe, inizialmente partiti con le migliori intenzioni sedendosi in silenzio accanto a lui, finiscono per cedere a una visione rigida e spietata: secondo la mentalità del tempo, soffri perché hai peccato. Incalzano Giobbe affinché ammetta una colpa che non ha, pretendendo che confessi per far tornare i conti con il loro schema mentale e teologico. Ma Giobbe si ribella con forza a questo ricatto morale: rifiuta di mentire su se stesso e di accusarsi ingiustamente pur di compiacere i benpensanti.
Questo ci svela un altro errore madornale che commettiamo noi stessi quando ci accostiamo alla sofferenza altrui: la smania di dare spiegazioni facili o di dire qualcosa a tutti i costi. Spesso usiamo frasi fatte che minimizzano la ferita, perché chi non è passato attraverso certi abissi non potrà mai comprenderli fino in fondo. La vera lezione, custodita nel primo tratto del silenzio degli amici di Giobbe prima che cedessero ai giudizi, è che di fronte al dolore sordo bisogna prima di tutto imparare a tacere, a fare spazio e a sedersi accanto a chi soffre senza pretendere di giudicare o spiegare l'inspiegabile, perché la vicinanza silenziosa è la più alta forma di amore possibile.
Con Affetto,
Veronica 🧡