A novembre 2026 ho avuto il piacere di partecipare al convegno “L’infanzia illuminata” organizzato da Percorsi Formativi 06. È stata un’esperienza straordinaria: ognuno degli interventi mi ha arricchito profondamente, lasciandomi preziosi spunti di riflessione che sento il bisogno di elaborare e condividere. Tra i vari contributi, mi ha particolarmente colpito quello della dottoressa Ameya Canovi, incentrato sulla necessità di prepararsi al domani partendo dallo sguardo che rivolgiamo oggi ai più piccoli. In questo articolo ho voluto riassumere e rielaborare i passaggi chiave della sua bellissima relazione.
Il fastidio onesto dei bambini
Il discorso della dottoressa Canovi si apre con un'affermazione forte, quasi provocatoria: quanto sanno essere fastidiosi i bambini? In realtà lo sono perché ci inchiodano alla nostra responsabilità di adulti, e davanti alla disarmante onestà dei loro occhi noi spesso non sappiamo dove nasconderci.
Questo disagio sorge perché l'infanzia ci costringe a fare i conti con un tema tanto complesso quanto universale: la dipendenza affettiva, e il modo in cui essa si intreccia a doppio filo con i modelli educativi che offriamo.
Se la dipendenza affettiva vanta mille definizioni diverse, la sua caratteristica trasversale è l'incapacità dell'adulto di funzionare nel senza, ovvero l'impossibilità di stare da soli senza l'altro. Ma se nell'adulto questa è una ferita, nel bambino la dipendenza è una condizione naturale e necessaria. Pretendere da lui una precoce autonomia non significa crescerlo forte, ma dare vita a una forma di trascuratezza affettiva, un fenomeno detto neglecting.
Già Jerome Bruner ci ricordava che il bambino deve dipendere da noi. Con il concetto di contenimento, lo psicologo ci invitava a strutturare la nostra presenza attorno al piccolo in modo da guidarlo e proteggerlo, per poi togliere gradualmente quell'impalcatura quando è pronto. Bruner era convinto che non bisognasse mai temere il conflitto, poiché è proprio attraverso il conflitto che nascono nuovi significati.
I residui della Pedagogia Nera
Oggi la nostra generazione adulta si trova sotto scacco, paralizzata dal terrore di essere cattiva con i più piccoli e dal ricatto emotivo di non essere amata dai propri figli. È proprio qui che si inserisce il nesso tra la dipendenza affettiva e la cosiddetta pedagogia nera. Quest'ultima rappresenta l'aspetto oscuro dell'educazione, che spesso si tinge di residui di un patriarcato inteso come puro esercizio di potere sull'altro.
La pedagogia nera è un sistema di credenze che ha subito mutazioni genetiche nel tempo, ma che sussiste e persiste ancora in filigrana nelle storie di molti pazienti adulti. Si manifesta attraverso uno stile educativo basato sulla svalutazione, sul denigrare il bambino, sul farlo sentire incapace o invisibile. Il risultato? Una volta cresciuto, quell'adulto andrà a chiedere il risarcimento di quelle carenze direttamente alla relazione di coppia.
Se prima di essere un "Io" noi esistiamo nella mente di qualcuno – come ci insegna lo psicologo Lev Vygotskij sull'importanza del "Noi" – significa che siamo pensati prima ancora di venire al mondo. Ciascuno cresce soltanto se sognato, ma la domanda cruciale è: come siamo stati sognati?
C'è chi è stato sognato poco, chi è stato sognato storto o incapace. Quando quell'infante diventerà un adulto, nella relazione di coppia andrà a cercare dal partner la conferma di ciò che pensa di se stesso. Se è stato abituato a obbedire e a credere di valere solo in funzione del legame con l'altro – che è il nucleo profondo della dipendenza affettiva – entrerà nel rapporto in modo sottomesso, obbediente, quasi mendicante.
Queste dinamiche non sono astratte: le maestre e le educatrici le riconoscono chiaramente sullo sfondo dei bambini di cui si occupano nel quotidiano, così come i terapeuti le scorgono nel bambino ferito che ancora abita dentro i pazienti adulti. Come possiamo aiutare questo bambino a diventare grande e a liberarsi dalle tracce di una pedagogia che vuole piegarlo, addestrarlo e costringerlo all'obbedienza? Come possiamo contribuire a far sì che diventi una persona capace di autodeterminarsi e di non soccombere nelle relazioni future?
Educare al rispetto fin dallo "zero"
La necessità di questo lavoro è evidente se guardiamo alle scuole secondarie, dove è ancora diffusa tra le ragazze la credenza che il fidanzato abbia il diritto di decidere come devono vestirsi, truccarsi o quando possono uscire. La lotta per l'eliminazione della violenza sulla donna non si esaurisce nelle ricorrenze di novembre, ma inizia molto prima: parte proprio dall'età zero, attraverso parole chiave come rispetto, fiducia e riconoscimento dell'individualità e dell'unicità del bambino. Il bambino è una persona nel suo divenire, all'interno della sua traiettoria di sviluppo; non è un essere che diventa umano all'improvviso. Lo è per il solo fatto di essere venuto al mondo, e come tale è degno di essere amato.
Questo è l'ABC che va oltre i programmi scolastici. Dobbiamo tenere a mente che siamo degni di amore al di là di quello che facciamo o sappiamo fare. Se manca questa certezza, da grandi andremo a chiedere disperatamente all'altro di ripararci, ma il partner non può svolgere questo ruolo. Per questo ogni educatore dovrebbe chiedersi: con che occhi guardiamo questo bambino?
Il rischio degli eccessi: stritolamento e trasparenza
Nello sviluppo emotivo ogni eccesso causa lo stesso danno. La famiglia fa danni quando è "troppa", ovvero quando stritola il figlio con il controllo e con un potere esercitato attraverso la pretesa di sapere cosa sia meglio per lui. Ma fa altrettanti danni quando è "poca", cioè quando ha confini troppo labili e non è capace di contenere, scivolando nell'assenza. Anche la scuola rischia di perdersi l'alunno quando adotta un atteggiamento stritolante e la pretesa di sapere già dove indirizzarlo. Occorre lasciare il giusto spazio all'autonomia senza cadere nell'errore opposto: smettere di svolgere la funzione adulta, che è quella di guidare, contenere ed esserci, ma a un solo passo dal bisogno del bambino.
A questo proposito, la dottoressa Canovi ha citato il modello scolastico della Finlandia, dove l'approccio è completamente diverso. Lì i bambini stanno senza scarpe per abitudine invernale, la cattedra è decentrata in un angolo, ci sono divani e spazi per sdraiarsi, e i bambini utilizzano i tablet senza esserne rapiti o ossessionati. Nonostante i pediatri sottolineino i rischi della tecnologia sulle menti dei più piccoli, in quel contesto il device è solo uno strumento tra i tanti. L'idea di fondo è che non si educa vietando, ma aggiungendo ricchezza, possibilità ed esperienze attorno al bambino. In quelle scuole i piccoli e i grandi mangiano insieme in totale serenità, e un bambino di sette anni può prendere l'autobus da solo senza che nessuno urli alla trascuratezza.
Questo dimostra che il mondo è come ce lo co-costruiamo. Trasferendo questa visione nella nostra complessa realtà, cosa può fare oggi un docente schiacciato da programmi, burocrazia, riunioni e dinamiche familiari? Tutti noi partiamo dall'idea di non voler ripetere gli errori dei nostri genitori, ma l'arroganza di voler "aggiustare" i bambini presuppone che essi siano difettosi. Questo modo di pensare, che ricorda le dinamiche del film Il nastro bianco, è una forma di pedagogia nera in versione 2.0, magari ricoperta di zucchero ma pur sempre mossa dall'ossessione del dover fare e correggere a tutti i costi. Al contempo, non dobbiamo scivolare nel polo opposto, trasformando l'educazione in una pedagogia trasparente fatta di disinteresse, dove al centro mettiamo solo il nostro senso di colpa di adulti.
Il bisogno di sicurezza e la biologia della fiducia
Nessun adulto o terapeuta dovrebbe usare il bambino o il paziente come il teatro della propria bravura educativa. L'altro non è una cartina di tornasole per farci risplendere. Ciò che un bambino o un paziente ci chiede è, semplicemente, di sentirsi al sicuro.
Oggi abusiamo di termini come narcisista, tossico o patriarcato, ma dovremmo concentrarci sul motivo per cui non si riesce a uscire dalle relazioni dannose. È lo stesso meccanismo per cui un bambino, se pressato continuamente a recitare la poesia, si ammutolisce. Per dire la poesia, così come per trovare la forza di uscire da una relazione nociva, è necessario sentirsi al sicuro ed essere certi di potersi spostare in un'altra area di comfort. Questo mette in discussione i dogmi della crescita personale che impongono di uscire continuamente dalla propria comfort zone: ci si sposta solo se c'è qualcosa di meglio, altrimenti si resta lì, perché l'essere umano non è stupido.
Questo ammutolimento non è un pensiero conscio, ma una risposta del nostro sistema nervoso autonomo che agisce prima del processo cognitivo. È quella che Stephen Porges chiama neurocezione: una sorta di centralina che rileva i segnali di pericolo o sicurezza dall'esterno e ci fa agire a livello evolutivo in una frazione di secondo. È la stessa sensazione che provavano le nostre nonne quando dicevano che in un posto "tirava una brutta aria". Ci sono persone che appena parlano ci aprono il cuore, e altre che ci provocano una contrazione interna che impedisce di provare fiducia. Perché la fiducia non è una decisione intellettuale, e la sicurezza è una sensazione corporea, non un pensiero.
Miti familiari e la forza della fragilità
Ognuno di noi è la somma delle storie familiari e sistemiche che lo hanno preceduto. In ogni famiglia, scuola o team di lavoro esiste un mito familiare, ovvero un sistema di credenze a cui tutti aderiscono (ad esempio: "noi siamo quelli che non chiedono mai niente a nessuno" oppure "noi siamo quelli sfortunati"). Da questo mito deriva un mandato rigido che plasma il destino dei figli e che spesso i genitori proiettano sugli insegnanti. L'intrusione odierna delle famiglie nella scuola, infatti, non nasce da una reale sfiducia nei docenti, ma da una profonda sfiducia in se stessi: il genitore cerca nello sguardo della maestra la conferma di essere bravo, e se non la riceve, reagisce aggredendo.
Se un bambino non pratica l'autodeterminazione e non viene pensato come capace dall'adulto, non si penserà mai capace. Il sociologo e psicoanalista Wilfred Bion parlava della capacità dell'adulto di accogliere gli elementi informi del bambino (le cosiddette non-cose) e dare loro una forma pensabile e accessibile. Questo ruolo è fondamentale nel mondo emotivo, eppure la pedagogia nera contemporanea spesso finge che alcune emozioni non esistano, imponendo messaggi come "non piangere", "non aver paura", "non essere triste". Questo ha raso al suolo in particolare il mondo emotivo maschile, togliendo agli uomini uno spazio per canalizzare la frustrazione e il sentire, e lasciando loro la grande responsabilità di iniziare a dirsi a vicenda "così non si fa".
Gli adulti di oggi, nel tentativo di non ripetere i traumi del passato, creano nuove dipendenze: un figlio che non sperimenta l'individualità e il saper stare da solo (perché magari dorme nel letto dei genitori fino a 8 anni e passa direttamente dalla famiglia al matrimonio) non farà mai esperienza del proprio Sé e non interiorizzerà mai una presenza rassicurante da richiamare dal proprio interno nei momenti di solitudine. Per paura di essere trascuranti, finiamo per essere castranti.
Davanti a tutto questo, l'unica via è restare umili e in ascolto, imparando noi adulti per primi a chiederci "come sto?" e a fare spazio alla nostra fragilità, che è la cosa più repressa e nascosta della nostra società. Solo accettando di essere imperfetti e rinunciando al controllo rigido potremo davvero comprendere chi abbiamo di fronte, guardandoci finalmente in faccia e non attraverso uno schermo, e smettendo di mercificare l'infanzia, come accade oggi con il triste fenomeno dei bambini che monetizzano sui social mostrando la propria skincare.
Accettare l'imperfezione per liberare il futuro
Se è vero che ciascuno cresce solo se sognato, le parole della dottoressa Canovi ci costringono a chiederci quale sogno stiamo proiettando oggi sulle nuove generazioni. Sintonizzarsi sui bisogni profondi dell'infanzia richiede un atto di profonda onestà verso noi stessi: dobbiamo abbandonare l'illusione del controllo e la pretesa di "aggiustare" i bambini come se fossero difettosi. Il domani si prepara adesso, accettando la nostra stessa imperfezione di adulti e insegnando ai più piccoli che sono degni di amore per il solo fatto di esistere. Solo così l'adulto del futuro saprà camminare nel mondo senza farsi piegare, forte di uno spazio autentico in cui si è sentito, finalmente, al sicuro.
Con affetto,
Veronica 💛