Quando pensiamo alla parola solitudine, spesso la associamo immediatamente a un senso di mancanza, vuoto o tristezza. Ma la solitudine non è sempre ciò che crediamo. Esiste una profonda differenza tra essere soli e sentirsi soli, e comprenderla può trasformare radicalmente il nostro modo di vivere i momenti di silenzio e introspezione.
Essere soli è una condizione esteriore: significa semplicemente non avere nessuno accanto, vivere un momento in cui siamo fisicamente da soli. Sentirsi soli, invece, è una condizione interiore, un’esperienza emotiva che può manifestarsi anche quando siamo accanto a chi amiamo.
Quante volte ci è capitato di sentirci soli dentro una relazione, nel cuore della coppia? È una delle esperienze più dolorose: essere fisicamente vicini ma emotivamente lontani, come se un muro invisibile si fosse alzato tra due anime. È in quei momenti che comprendiamo che la vera solitudine non dipende dalla presenza o dall’assenza dell’altro, ma dal non sentirci più visti, compresi, toccati nell’essenza.
Lo psichiatra Fritz Riemann descrive bene questa distinzione: ci sono momenti in cui cerchiamo la solitudine per ritrovare noi stessi, per lavorare o riflettere in pace. In quei momenti, siamo soli, ma non ci sentiamo soli. È una solitudine scelta, fertile, che ci nutre e ci ricarica.
Spesso confondiamo la solitudine con l’isolamento, ma la differenza è sottile e fondamentale. La solitudine autentica è una forma di connessione: con noi stessi, con la vita, con il divino. È uno spazio interiore dove possiamo ascoltare la nostra voce più profonda e ritrovare il senso delle cose. L’isolamento, invece, è chiusura, separazione, disconnessione. È la solitudine vissuta come prigione, dove la paura e l’insicurezza ci paralizzano e ci fanno sentire tagliati fuori dal mondo.
La forza di stare soli
Il filosofo Odo Marquard sosteneva che ciò che realmente affligge l’uomo moderno non è la solitudine, ma la perdita della capacità di stare soli. Viviamo in un’epoca di rumori continui, di connessioni costanti, dove il silenzio fa paura. Eppure, è proprio nel silenzio che si apre la possibilità di un incontro autentico con noi stessi. Imparare a stare soli non significa rinunciare agli altri, ma imparare a non perderci quando siamo con loro.
Nietzsche diceva che “chi conosce l’estrema solitudine conosce le cose ultime”. È nella solitudine accettata, non fuggita, che possiamo intuire il mistero della nostra esistenza. È lì che l’anima trova spazio per respirare e per riscoprire la propria vocazione, come ricordava anche Dag Hammarskjöld: “Prega che la tua solitudine sia di sprone a trovare qualcosa per cui vivere, abbastanza grande per cui morire.”
La solitudine può essere un dolore, ma anche una porta. Una porta che si apre su un territorio interiore, dove tutto tace e finalmente possiamo ascoltare. Non è un nemico da combattere, ma un invito da accogliere: a rallentare, a osservare, a comprendere chi siamo quando tutto il resto si spegne. Solo allora la solitudine smette di essere assenza, e diventa presenza piena: la presenza più autentica di noi stessi.
Con Affetto,
Veronica 🌻